"A Farewall to Arms" è uno dei più celebri romanzi di Ernest Miller Hemingway: pubblicato per la prima volta nel 1929, in Italia venne inizialmente boicottato dal regime fascista e distribuito una prima volta clandestinamente nel 1943 e poi, ufficialmente, solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta del regime.
La traduzione del titolo in Italiano ("Addio alle Armi") non riesce a rendere il gioco di parole dell'originale inglese: "arms", infatti, significa sia "armi" che "braccia" e l'ambiguità del termine sottintende che il tema cardine del romanzo sia certo una storia di guerra (anzi, di rinuncia alla guerra), ma anche la narrazione di una profonda sconfitta dei sentimenti che animano il protagonista Frederic Henry.
Il libro è ambientato in Italia, durante la Grande Guerra, e descrive le progressive disillusioni del protagonista, dapprima verso l'eroismo e il patriottismo e poi, progressivamente, verso l'amore, che gli sfugge dalle mani con la morte della sua amata e del nascituro che portava in grembo, proprio quando la loro storia sembrava avere trovato finalmente una possibilità di essere vissuta liberamente.
I sentimenti di delusione e di pessimismo del protagonista esprimono appieno lo stato d'animo della cosiddetta "Lost Generation", di cui Hemingway, Gertrude Stein e Scott Fitzgerald furono tra le personalità più rilevanti.
In questo romanzo ci fa piacere ricordare una citazione della nostra terra, non solo l'Abruzzo attuale in senso stretto, ma l'area che una volta veniva chiamata "gli Abruzzi" (al plurale), poiché comprendeva anche il Molise.
Il protagonista del romanzo, infatti, un autista di ambulanze al fronte, stringe amicizia con un cappellano militare abruzzese, che gli parla della sua terra e di quelle descrizioni lui serba questi ricordi:
"A Capracotta, mi aveva detto, c'erano le trote nel torrente sotto la città; era proibito suonare il flauto la notte, quando i giovanotti facevano le serenate. Soltanto il flauto era proibito. Perché? Avevo chiesto. Perché alle ragazze non faceva bene udire il flauto di notte.
I contadini chiamano tutti Don e quando incontrano qualcuno si tolgono il cappello.
Suo padre andava a caccia ogni giorno e si fermava a mangiare nelle case dei contadini. Per loro era sempre un onore. Uno straniero, per cacciare, deve presentare un certificato che non è mai stato arrestato.
C'erano gli orsi sul Gran Sasso d'Italia, ma era lontano. L'Aquila era una bella città. D'estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d'Italia, ma quel che era bello era l'autunno, per andare a caccia nei boschi di castagni.
Gli uccelli erano tutti buoni perché si nutrivano d'uva e non c'era mai bisogno di preparare una colazione perché i contadini erano sempre onorati, si mangiava in casa loro."
Il celebre scrittore americano doveva avere certamente amato la nostra terra, poiché più avanti nel romanzo, quando il protagonista ritrova l'amico cappellano militare, il dialogo tra i due esorta un ritorno alle origini, come unica fuga dalla malinconia e dalla disillusione:
" Lei cosa farà dopo la guerra?
– Se mi sarà possibile tornerò negli Abruzzi.
Vidi il suo viso irraggiare improvvisamente di piacere.
– Vuol molto bene ai suoi Abruzzi?
– Sì, molto bene.
– Il suo posto allora è là."

